Man mano che si avvicinava la pubblicazione di Harry Potter and the Deathly Hallows, la rete ha ospitato successive fughe di notizie. Prima ci hanno detto che sarebbe morto Harry, poi che sarebbe morta Hermione, poi... Fermiamoci: che cosa restava da dire? Che sarebbe morto Ron, poi che non sarebbe morto nessuno del trio. Direi che così abbiamo esaurito le possibilità. Ma perché questa ricerca spasmodica? Si potrebbe spiegarla con la passione collettiva.
Noi invece che cosa abbiamo fatto? Abbiamo condiviso la passione, ma anziché proiettarci alla ricerca di novità, abbiamo esaminato i libri già pubblicati, rileggendoli se necessario. Di recente mi sono riletto il capitolo “the Cave” (la grotta) nel Principe Mezzosangue, e mi sono molto divertito a trovarvi cose che mi erano sfuggite alla prima lettura.
Penso che, se abbiamo condiviso questa ricerca, ci siamo vaccinati contro gli “spoiler”. Viene chiamato “spoiler” tutto ciò che “rovina” la fruizione di un'opera d'arte, libro o film che sia. Ma davvero ci possono rovinare la lettura di un libro? Potrebbero farlo, se il godimento si limitasse a sapere come va a finire. Se cioè non vi fosse nulla al di là della sorpresa. Davvero è così? Se fosse così, non leggeremmo mai due volte un libro, né vedremmo due volte un film. Non nego che vi siano lettori che leggono i libri una volta soltanto. Personalmente, se un libro mi piace, lo leggo sempre almeno due volte, talora anche tre volte. E traggo dalle letture successive un piacere specifico. Non ho più la sorpresa, è vero, ma guadagno in profondità. Evito la seconda lettura soltanto se il libro non mi è piaciuto, se cioè non mi ha soddisfatto neppure nella prima lettura.
Mi viene da pensare al modo in cui godiamo altre opere d'arte. La musica mi sembra un ottimo esempio. Quante volte ascoltiamo lo stesso brano musicale? Se lo ascoltiamo una volta soltanto, vuol dire che non ci è piaciuto. Se ci è piaciuto, ne ripetiamo l'ascolto. Ci familiarizziamo con alcuni passaggi, che diventano i nostri preferiti. E siamo convinti che la ripetizione dell'ascolto sia parte integrante dell'esperienza artistica.
Suggerisco che lo stesso criterio si possa applicare anche alla lettura. Ovviamente, occorre qualche adattamento: una cosa è ascoltare un brano della durata di 3 minuti, un'altra leggere un libro di 700 pagine. La maggiore durata rende più impegnativa la ripetizione. E tuttavia, la maggiore durata dei film non impedisce agli appassionati di vederli ripetutamente. E allora la durata non è un ostacolo, anzi: i casi di via col vento, di Titanic e del Signore degli Anelli sono eloquenti. Film di durata superiore alle tre ore sono stati visti e rivisti. Evidentemente lo spettatore continuava a ricevere qualcosa. Non importava più sapere come andava a finire. Importava il modo in cui si arrivava alla conclusione. E alcuni episodi salienti diventavano in certo modo eterni. Mentre scrivo penso all'arrivo dei Rohirrim sui campi del Pelennor sotto il sole che sorge, al suono dei corni, alla carica dei cavalieri. Forse che rivedo la scena per sapere come va a finire? Evidentemente no: ciò prova che l'esperienza artistica non viene compromessa dalla ripetizione. Anzi, considero artistica l'opera che mi consente di ritornare a fruirla con rinnovato piacere. Quando guardiamo un film o ascoltiamo musica, tutti ci rendiamo conto che l'esperienza artistica si può ripetere.
Questo non vuol dire che non occorra certo addestramento per essere in grado di godere una seconda e una terza volta di un'opera d'arte. Chi non distingue una nota dall'altra può godere della musica meno di chi ha un po' di orecchio. Chi padroneggia la notazione musicale può godere della musica più di chi non la conosce. Il caso limite è quello di Beethoven, che ha finito di scrivere la nona sinfonia quand'era ormai sordo. La musica era ormai dentro di lui.
Perché ciò non dovrebbe valere anche per la letteratura? Non dovrebbe essere possibile un addestramento alla lettura, che ci conduca a godere in modo più compiuto dell'opera letteraria?
Purtroppo, abbiamo fatto brutte esperienze, che ora ci ostacolano. Anni di scuola ci hanno convinto che lo studio della letteratura è fonte di noia. Ma che cosa dimostra una cattiva esperienza fatta a scuola? Dimostra che la letteratura è noiosa, o dimostra che c'è qualcosa di sbagliato nel modo in cui ce l'hanno fatta studiare? Ci hanno fatto imparare a memoria storie della letteratura che parlano di opere che non aprivamo neppure. Se poi le abbiamo aperte, ce la hanno propinate in antologia.
Proviamo a pensare come verrà trattato Harry Potter nelle storie della letteratura. Per anni diranno che non ha valore letterario. Poi fingeranno di arrendersi, e gli faranno posto in un'antologia scolastica. Vi leggeremo un riassunto della trama, una specie di elenco di spoiler, e poi magari una scena di Quidditch. Ma a noi la partita di Quidditch importa perché c'importa di Harry, perché vogliamo che sia felice, perché c'importa di Ron, perché c'importa di Ginny. E ci importa di loro perché li abbiamo seguiti anno dopo anno, leggendo i libri interi.
Non vi sembra che alcuni libri di scuola trattino le opere letterarie come i diffusori di spoiler trattano Harry Potter? Gli uni e gli altri restano completamente estranei all'esperienza artistica.
Come possiamo rispondere? Direi che possiamo addestrarci a godere di un'opera letteraria. Innanzitutto leggendola, poi ritornandoci su, formulando domande e dibattendo le risposte. Non perché costretti, ma per la nostra gioia. Si tratta di una gioia complessa e profonda, che accompagna la lettura e la rilettura.
La nostra gioia non diminuisce, se viene condivisa. Non si taglia come una torta, di cui ognuno mangia una fettina soltanto. La fruizione dell'arte si può condividere: quando altri apprezzano la musica che piace a noi, la gioia aumenta.
Anche noi abbiamo condiviso un'esperienza artistica. La condivisione ci ha dato qualcosa che nessuno “spoiler” ci può portare via.
Visualizzazione post con etichetta film. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta film. Mostra tutti i post
giovedì 19 luglio 2007
domenica 15 luglio 2007
sceneggiatura e regia dell'Ordine della Fenice
Gli spettatori dell'Ordine della Fenice, invitati a scrivere le loro impressioni sul film, hanno concordemente espresso una certa delusione. Se si volesse analizzare ulteriormente di che cosa sono stati delusi, l'elemento su cui quasi tutti concordano è la sceneggiatura. L'Ordine della Fenice è il primo film di Harry Potter la cui sceneggiatura non è stata scritta da Steve Kloves. PEr fortuna la produzione è corsa ai ripari, e il Principe Mezzosangue è stato di nuovo affidato a Steve Kloves.
Il lavoro dello sceneggiatore avviene dietro le quinte: si tratta della preparazione di un testo scritto nel quale la narrazione viene articolata in scene e vengono redatti i dialoghi che dovranno poi essere recitati dagli attori.
Per i film ricavati da libri già esistenti, si parla di sceneggiatura non originale. Il lavoro consiste in questo caso non nell'inventare daccapo la storia, ma nello scrivere il racconto in forma adatta ad essere presentata sullo schermo. La soppressione dei lunghi dialoghi finali ra Harry e Silente, che nei libri contengono la chiave d'interpretazione della vicenda, non potrebbero essere riproposti come tali. Non si può proporre sullo schermo un attore che si profonde in lunghe spiegazioni.
Come termine di paragone si potrebbe pensare al Consiglio di Elrond nel Signore degli Anelli: nel libro la maggior parte del capitolo è assorbita dal lungo racconto di Gandalf. Gli sceneggiatori hanno dovuto ridistribuire il contenuto del discorso di Gandalf: anziché fare raccontare da Gandalf l'accaduto, hanno preferito mostrarlo man mano che accadeva. La conseguenza è che la prigionia di Gandalf è già nota allo spettatore, mentre non lo è a Frodo e al lettore. Lo spettatore, anziché seguire la vicenda dal punto di vista di Frodo, la vede da una prospettiva globale: la telecamera fissa il suo sguardo ora su Isengard , ora sull'Eriador e su Imladris. Ma di questo parlerò a lungo nel blog sul Signore degli Anelli che partirà a fine settembre.
Vorrei ora tornare a Harry Potter, ma spero con la consapevolezza del gravissimo problema che lo scenggiatore ha dovuto affrontare con tutti i discorsi di Silente. Non poteva proporli in blocco alla fine. Non gli restava che sopprimerli, o anticiparne il contenuto nel corso del film. Di qui i goffi riferimenti all'amore, che apparivano inopportuni, perché fuori contesto.
Non solo: ma se si anticipano le spiegazioni che nel libro Silente dà alla fine, si compromette la sorpresa e perciò la tensione.
Il compito era difficilissimo. Per questo lo sceneggiatore può essere anche più importante del regista, come ben sanno i produttori anglosassoni. Era Steve Kloves, lo sceneggiatore, che faceva stare in piedi i primi due film, diretti da Chris Columbus.
Il lavoro dello sceneggiatore avviene dietro le quinte: si tratta della preparazione di un testo scritto nel quale la narrazione viene articolata in scene e vengono redatti i dialoghi che dovranno poi essere recitati dagli attori.
Per i film ricavati da libri già esistenti, si parla di sceneggiatura non originale. Il lavoro consiste in questo caso non nell'inventare daccapo la storia, ma nello scrivere il racconto in forma adatta ad essere presentata sullo schermo. La soppressione dei lunghi dialoghi finali ra Harry e Silente, che nei libri contengono la chiave d'interpretazione della vicenda, non potrebbero essere riproposti come tali. Non si può proporre sullo schermo un attore che si profonde in lunghe spiegazioni.
Come termine di paragone si potrebbe pensare al Consiglio di Elrond nel Signore degli Anelli: nel libro la maggior parte del capitolo è assorbita dal lungo racconto di Gandalf. Gli sceneggiatori hanno dovuto ridistribuire il contenuto del discorso di Gandalf: anziché fare raccontare da Gandalf l'accaduto, hanno preferito mostrarlo man mano che accadeva. La conseguenza è che la prigionia di Gandalf è già nota allo spettatore, mentre non lo è a Frodo e al lettore. Lo spettatore, anziché seguire la vicenda dal punto di vista di Frodo, la vede da una prospettiva globale: la telecamera fissa il suo sguardo ora su Isengard , ora sull'Eriador e su Imladris. Ma di questo parlerò a lungo nel blog sul Signore degli Anelli che partirà a fine settembre.
Vorrei ora tornare a Harry Potter, ma spero con la consapevolezza del gravissimo problema che lo scenggiatore ha dovuto affrontare con tutti i discorsi di Silente. Non poteva proporli in blocco alla fine. Non gli restava che sopprimerli, o anticiparne il contenuto nel corso del film. Di qui i goffi riferimenti all'amore, che apparivano inopportuni, perché fuori contesto.
Non solo: ma se si anticipano le spiegazioni che nel libro Silente dà alla fine, si compromette la sorpresa e perciò la tensione.
Il compito era difficilissimo. Per questo lo sceneggiatore può essere anche più importante del regista, come ben sanno i produttori anglosassoni. Era Steve Kloves, lo sceneggiatore, che faceva stare in piedi i primi due film, diretti da Chris Columbus.
Etichette:
film,
Ordine della Fenice,
Principe Mezzosangue,
sceneggiatura
Iscriviti a:
Post (Atom)